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Notizia27 ott 2026

Dear.io a New York: il pitch rifatto in due ore e cosa abbiamo imparato sugli investitori americani

Dear.io, startup del nostro studio, al NY Tech Meetup: il pitch rifatto in due ore, Amazon, Yale e cosa pensano davvero gli investitori americani.

Di Luisa Baroncini

A ottobre Dear.io, una delle startup nate nel nostro startup studio, è andata a New York. ATLAS e il Transatlantic Innovation Hub NY hanno portato in città un gruppo di startup italiane per una settimana di incontri, che si è chiusa con un pitch sul palco del NY Tech Meetup, uno degli eventi tech storici della città.

Sono partiti Antonio, CEO di Dear.io, e Michele, il cofondatore che si occupa della parte scientifica. Vi raccontiamo cosa hanno visto e cosa hanno imparato: potrebbe esservi utile se state pensando di portare la vostra startup negli Stati Uniti.

In 30 secondi

  • Il primo giorno il pitch è stato bocciato. "È noioso", gli hanno detto, "ed è un peccato, perché hai una storia molto forte". Antonio ha avuto due ore per rifarlo da zero prima di salire sul palco.
  • Il nuovo pitch parte dal problema. Milioni di ragazzi si confidano già con l'AI, e nessuno controlla cosa gli risponde. Dear.io vuole essere un'AI di cui ci si possa fidare.
  • In America i soldi non piovono dal cielo. Gran parte degli investitori incontrati non prende nemmeno in considerazione un'azienda che non fatturi già qualche milione all'anno. E la fiducia si costruisce solo facendosi vedere spesso.

Cos'è Dear.io

Dear.io è un diario intelligente. Si scrive, o si parla a voce, con un'AI che aiuta a mettere ordine nei pensieri e, col tempo, a riconoscere gli schemi che si ripetono nella propria vita. Non sostituisce la psicoterapia: è uno strumento per riflettere su di sé e stare meglio nel quotidiano.

Rispetto a un chatbot generico, la differenza sta nel metodo. Dear.io si basa su un modello scientifico che studia come le persone danno significato alle cose attraverso il dialogo, nato da un programma di ricerca dell'Università di Padova con cui il team sta avviando una collaborazione. L'app è ancora in sviluppo e non è sugli store, ma qui si può lasciare il proprio contatto per partecipare ai test.

Il pitch bocciato e rifatto in due ore

La settimana è partita subito in salita. Poche ore dopo l'arrivo il gruppo era già davanti ai mentor per provare il pitch, e quello di Antonio non è piaciuto affatto.

Mi hanno detto che il mio pitch era noioso. Però anche che era un gran peccato, perché ho una storia molto forte.

Niente cena: un frullato e due ore per stravolgere tutto prima dell'evento della sera, davanti a fondatori, investitori e addetti ai lavori. Antonio racconta di essere rimasto scosso per un'oretta, poi di aver deciso di trasformare quella botta in energia. Ne è uscito un pitch di cui è molto contento: una storia semplice e chiara, che fa capire quanto il problema sia grande e urgente.

Vale anche lontano da un palco. Chi costruisce un prodotto tende a spiegare come funziona, mentre chi ascolta vuole prima capire perché dovrebbe interessargli.

Cosa ha raccontato Antonio sul palco

Il pitch parte da un dato di fatto: le persone parlano già della propria vita privata con l'AI, senza che nessuno glielo abbia suggerito. Antonio ha portato alcuni numeri:

  • il 72% degli adolescenti americani ha provato almeno una volta un "AI companion", un'AI con cui si chiacchiera come con un amico¹;
  • per il 97% degli psicologi statunitensi i chatbot possono rafforzare, senza volerlo, comportamenti negativi o convinzioni distorte²;
  • due ragazzi su tre che chiedono all'AI consigli quando stanno male non lo dicono a nessuno³.

Se oggi uno dei nostri figli viene preso di mira dai bulli, è più facile che ne parli con ChatGPT che con noi.

Il problema è che nessuno controlla cosa l'AI risponde a questi ragazzi. Dear.io lavora su due fronti. Il primo è scientifico: il modello dell'Università di Padova permette di analizzare il dialogo in modo rigoroso, e quindi di guidare la conversazione invece di lasciarla al caso. Il secondo è normativo: Dear.io nasce in Europa ed è costruito fin dal primo giorno nel rispetto del GDPR e dell'AI Act, regole che ormai fanno scuola anche fuori dall'Unione.

Due i clienti a cui si rivolge: le università, che già investono molto nel supporto psicologico agli studenti, e i terapeuti, per cui Dear.io ha un portale dedicato.

Le domande del pubblico

Le domande più interessanti sono arrivate alla fine. Una persona in sala ha fatto notare che, rivolgendosi ai più fragili, il rischio è altissimo: se qualcosa va storto, le conseguenze sono gravi. Michele ha risposto che proprio per questo bisogna muoversi adesso. Il problema c'è già, anche se per lo più resta sommerso, e assumersi la responsabilità delle risposte dell'AI è il senso stesso del progetto.

Un'altra domanda riguardava il controllo sulla qualità delle risposte, ed è la parte tecnica che ci sta più a cuore. In Dear.io non è il modello linguistico a decidere come rispondere. La strategia della risposta la definiscono prima algoritmi proprietari, che il team sviluppa insieme all'università; solo dopo passa all'LLM, che si limita a metterla in parole. C'è poi un sistema che segnala le conversazioni a rischio, così che uno psicologo possa esaminarle direttamente. Altri prodotti forniscono all'AI buona letteratura psicologica e sperano che la applichi; Dear.io le dà un metodo.

▶ Guarda il pitch di Dear.io al NY Tech Meetup

Il resto della settimana

Un ritmo folle, racconta Antonio: un evento dietro l'altro, come del resto tutta la città.

  • Amazon. Un incontro con un paio di responsabili dell'area AI e startup, "gente veramente in gamba". Uno di loro si è detto disponibile a fare da advisor per Dear.io. Dettaglio pratico: negli uffici Amazon non si entra senza passaporto.
  • Connecticut. Una visita al fondo pubblico che investe nelle startup dello stato. Per chi vuole entrare nel mercato di New York, il Connecticut è un po' come Pavia per Milano: lì accanto, e tutto costa meno. Ma anche qui si investe soprattutto in aziende che fatturano già milioni.
  • Yale. Un'università molto attenta a trasformare la ricerca in impresa, da cui sono uscite diverse startup di successo. Poco interessata a collaborare con startup esterne, ma è stata l'occasione per cercare un contatto con chi segue la salute mentale degli studenti: proprio il tipo di cliente a cui punta Dear.io.
  • La colazione finale. Un'ultima mattinata di pitch davanti a diversi investitori, negli uffici del Transatlantic Innovation Hub che ha ospitato il gruppo.

Ne sono nati alcuni contatti interessanti, da coltivare nei prossimi mesi.

Cosa abbiamo imparato sugli investitori americani

La parte più utile del racconto di Antonio smonta il mito dei soldi facili.

"In America ti tirano dietro i soldi" non è vero. Molti degli investitori con cui ha parlato sono stati chiarissimi: se un'azienda non fattura già fra uno e cinque milioni l'anno di ricavi ricorrenti, non è un investimento che prendono in considerazione. L'idea che negli Stati Uniti sia più facile raccogliere capitali quando si è ancora all'idea, almeno con i fondi istituzionali, non sta in piedi.

Chi arriva dall'Europa deve rispondere a una domanda in più. A New York c'è tantissima gente che si sta facendo in quattro per costruire qualcosa di simile, con una fame enorme. Perché un investitore dovrebbe scegliere proprio te? La risposta più convincente è che la tua azienda è già avviata.

Conta la fiducia, ovunque. I business angel ci sono, e sono tanti. Ma nessuno ti stacca un assegno se ti presenti chiedendo centomila dollari. Devi far capire quanto è importante quello che fai, che hai trovato la strada per realizzarlo e che ci sono buoni segnali che ce la farai. Funziona così anche in Europa, ma vederlo dall'altra parte dell'oceano lo ha reso ancora più evidente.

Il consiglio per chi ci sta pensando

Cosa direbbe Antonio a una startup che valuta questo viaggio per la prima volta?

  • farlo comunque, perché si impara moltissimo, a prescindere da come va;
  • se l'obiettivo è raccogliere capitali o espandersi, mettere in conto un impegno costante: tornare ogni mese, o al massimo ogni due o tre;
  • chiedersi se si è disposti a trasferirsi. In tanti gliel'hanno chiesto senza giri di parole, ed è una domanda legittima: le persone vogliono guardarti in faccia e ricevere gli aggiornamenti da te.

Vivere con un oceano di mezzo fra sé e i propri affetti, i propri contatti e la propria vita non è un sacrificio che tutti sono pronti a fare. Meglio chiederselo prima di partire.


Domande frequenti

Cos'è Dear.io?

Un diario intelligente nato nello startup studio di Quinck: una chat con l'AI, a voce o per iscritto, che aiuta a riflettere, mettere ordine nei pensieri e riconoscere gli schemi che si ripetono. Si basa su un modello scientifico dell'Università di Padova che studia come le persone danno significato alle cose attraverso il dialogo.

Dear.io sostituisce lo psicologo?

No. È uno strumento di supporto alla riflessione personale e al benessere quotidiano, non un percorso psicologico, psicoterapeutico o medico. Le conversazioni a rischio vengono segnalate perché uno psicologo possa esaminarle, e per i terapeuti c'è un portale dedicato.

Come fa Dear.io a controllare cosa risponde l'AI?

La strategia della risposta non la decide il modello linguistico: la definiscono prima algoritmi proprietari basati sul modello dell'Università di Padova, e solo dopo l'LLM la mette in parole. In questo modo il comportamento dell'AI segue un metodo invece di dipendere da quello che il modello ha imparato.

Quando esce l'app di Dear.io?

L'app è in sviluppo e non è ancora sugli store. Sul sito deario.ai si può lasciare il proprio contatto per essere avvisati del lancio e partecipare ai test.

Cos'è il NY Tech Meetup?

È uno degli eventi storici dell'ecosistema tech di New York, organizzato dalla NY Tech Alliance dal 2004. A ogni serata startup e fondatori presentano dal vivo i propri prodotti e rispondono alle domande del pubblico. L'edizione internazionale di ottobre 2026, organizzata con ATLAS e il Transatlantic Innovation Hub NY, ha portato sul palco undici aziende, fra cui Dear.io.

È più facile raccogliere investimenti negli Stati Uniti che in Italia?

Non per una startup agli inizi. Secondo gli investitori incontrati da Antonio a New York, i fondi istituzionali guardano soprattutto ad aziende che fatturano già fra uno e cinque milioni l'anno di ricavi ricorrenti. Chi arriva dall'Europa deve costruire fiducia, e quindi tornare con regolarità.


Fonti

  1. Common Sense Media: Talk, Trust, and Trade-offs: How and Why Teens Use AI Companions (2025)
  2. American Psychological Association: Chatbots and Mental Health Survey 2026
  3. RAND: quasi un giovane americano su cinque chiede all'AI consigli sulla salute mentale (2026)
  4. NY Tech Alliance: NY Tech Meetup: International Edition, video integrale dell'evento

Dear.io è uno dei progetti del nostro startup studio, come OrtiGo. Se lavori in un'università, sei un terapeuta o un investitore e vuoi saperne di più, trovi tutto su deario.ai.

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